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Purgatorio di Ilaria Palomba: un poema di carne, silenzio e resistenza

Quando si legge Purgatorio di Ilaria Palomba non si entra in una storia: si entra in una vertigine. Si attraversa il dolore, la stasi, la follia, ma anche la scrittura come ultimo argine. Non si legge, Purgatorio: lo si subisce. Come chi ascolta un cuore che ha smesso di fingere. Come chi, a piedi nudi, cammina sulle ossa della propria storia.

Durante la presentazione tenutasi a San Giorgio del Sannio, Ilaria ha offerto al pubblico molto più di una semplice spiegazione del testo. Ha offerto un corpo, una voce, una verità viva. «Non ho gravi malattie mentali», legge ad alta voce, «devo solo combattere per restare in vita, per alzarmi in piedi». È questo il cuore del libro: non la malattia, non la diagnosi, ma l’inaggirabile ostilità dell’esistere: La scelta, eroica e tragica, di restare.

La serata si è svolta in un’atmosfera intensa, raccolta. I presenti hanno ascoltato in silenzio, a tratti commossi, mentre Ilaria leggeva alcuni passaggi del libro. La conversazione ha toccato temi profondi come la psichiatria, la resistenza alla medicalizzazione del dolore, il valore simbolico del trauma, la costruzione di alter ego e l’incontro con le figure archetipiche che popolano l’opera. Il pubblico ha partecipato con domande autentiche, riflessioni condivise, e un senso palpabile di vicinanza e gratitudine. È stata una di quelle presentazioni che non si dimenticano: un’esperienza di parola e corpo, dove la letteratura si è fatta comunità viva.

Nato da frammenti pubblicati su riviste, Purgatorio si è composto lentamente, come un mosaico di monologhi interiori, visioni e ricordi. Alcuni reali, altri simbolici, altri ancora costruiti su alter ego che assorbono e rilanciano le esperienze dell’autrice. È un poema in prosa, come lei stessa lo definisce: lirico, notturno, attraversato da figure archetipiche come il padre-Dio, la madre come furia, Hubert Melville come demonio digitale, Zadkiel come angelo.

«L’ospedale è il ventre del Leviatano», scrive Palomba. Il racconto della degenza è corpo e allegoria, è geografia psichica e denuncia. Non si limita a narrare l’esperienza clinica, ma la trasforma in mito, in rito contemporaneo. Lo psichiatra è un “luminare” che prescrive Clozapina, mentre la protagonista – paralizzata e lucida – la rifiuta per non cancellare se stessa.

«Con la clozapina tutto si allontana, non hai il grave di pensare. […] Elimini il linguaggio, tutto è risolto. Cancellato il pensiero, viene meno anche l’ossessione per il fallimento».

Nella lunga conversazione, Ilaria ha sottolineato quanto questo libro nasca da un lavoro parallelo alla psicanalisi. Non è solo narrazione di sé, ma un atto conoscitivo, una forma di consapevolezza che attraversa l’interiorità per illuminare il mondo. «La follia è una forma di iniziazione potentissima», ha detto. «È un accesso alla totalità. La letteratura non deve consolare: deve ferire per salvare».

Purgatorio non è un romanzo. È un poema in cui ogni parola pesa come un osso rotto, come un ricordo che non si può scartare. Un testo che disegna una nuova cartografia dell’essere: ferita, ma lucida; marginale, ma centrale; privata, ma collettiva. Un’opera che, come Holden nel campo di segale, cerca di afferrare chi sta per cadere.

«Mi ritrovo a scrivere negli ospedali, come scrivessi sui muri l’ultima frase. Scrivi la parola scrivere, cancellala. Non si scrive altro che la scrittura».

Con Purgatorio, Ilaria Palomba continua il suo percorso letterario già tracciato con Disturbi di luminosità, Brama e Vuoto, intrecciando scrittura e psicanalisi, filosofia e lirismo, autobiografia e invenzione. Il risultato è una letteratura che non ha paura di scavare, di dire l’indicibile, di affondare nel corpo e nei suoi limiti per trovare – forse – un varco verso la luce.

Perché, come ha detto una lettrice durante la presentazione: «Ilaria ci salva. Anche quando non ce ne accorgiamo».

Vik Palmieri

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