Ho letto “Genealogie del materno” di Marialaura, Lala Simeone nei tempi sospesi dei viaggi, e poi l’ho riletto. Non per capirlo meglio, ma perché è uno di quei libri che non si lasciano finire davvero.
È una raccolta breve, ma non leggera. Anzi, proprio per questo è meravigliosamente spiazzante: entra con una lingua semplice, quasi carezzevole, e poi ti lascia addosso qualcosa che si deposita piano, che lavora sotto, che chiede tempo: la necessità della riflessione e della ricerca.
Già dal prologo il corpo è messo al centro: un grembo fatto di sangue e parole, un canto “inchiodato” al dolore di altre donne. Non c’è nessuna idealizzazione. La maternità qui non è immagine, è materia, è attraversamento.
Alcuni riferimenti li ho riconosciuti, altri no. E va bene così. Perché la sezione finale non serve a chiarire, ma ad allargare. Ti mostra che la voce di questo libro non nasce da sola, ma dentro una genealogia: Plath, Banti, Duras, Ernaux, Ferrante… non sono solo citazioni, ma presenze. È un atto politico e poetico: costruire una costellazione di voci femminili significa sottrarsi all’isolamento e riscrivere una tradizione.
«Hai detto che la poesia non è un lusso\ almeno per le donne non lo è mai\ Poesia-necessità, che sia fatta la tua volontà.\Urliamo tutte quante\la nostra poesia-azione »
In questo senso, la lingua diventa il vero campo di battaglia. Non è solo mezzo espressivo, ma luogo di appartenenza e di conflitto. A un certo momento il libro sembra dirlo chiaramente: cercare parole che siano «le mie / o almeno alle mie far da sorelle». Cercare parole significa cercare una casa, ma anche riconoscere tutto ciò che è stato taciuto, deformato, negato.
E allora la maternità si sposta. Non è più solo un fatto biologico, ma qualcosa che attraversa la scrittura stessa. «La mia scrittura è gravida», si legge, e in quel gesto c’è già uno scarto: generare non è solo fare figli, ma mettere al mondo parole, senso, visioni. Mettere al mondo, in qualche modo, anche sé stesse.
Ma proprio qui il libro compie il suo movimento più netto: non allarga semplicemente il significato di maternità, lo sottrae al ricatto.
Perché “Genealogie del materno” non si limita a raccontare la maternità. La mette in discussione. La toglie da quell’idea implicita per cui essere donna significhi, in qualche modo, dover diventare madre.
E allora quella frase — «Io sono madre quando voglio. / E se non voglio, / resto intera» — non arriva come una dichiarazione isolata, ma come un punto di approdo necessario. La maternità smette di essere misura, parametro, destino. Diventa una possibilità tra le altre. Una scelta, non un obbligo. E soprattutto cade qualcosa di più profondo: l’idea che senza maternità ci sia una mancanza. Che una donna, senza figli, sia incompleta, in difetto.
Il libro rifiuta questa logica senza proclami, ma senza lasciarle spazio. E nel farlo sposta tutto: non più che cos’è una madre, ma chi può essere una donna al di là della maternità. Ed è qui che la scrittura torna centrale. Perché generare parole diventa anche un modo per sottrarsi a una definizione imposta. Un modo per esistere senza giustificarsi: «tutti a dirmi cosa non farai più/nessuno quello che avrei fatto»
Lala ti conduce per mano nell’Io femminile con carezze decise. Ti porta dentro e poi ti lascia lì. Parte dal grembo come ferita e origine, passa per la ricerca di una lingua materna e di una discendenza femminile, interroga le madri letterarie e arriva a una conclusione limpida: la libertà femminile non può essere negoziata.
«Il personale è politico / la maternità è personale / la maternità è politica».
Qui il libro colpisce davvero e ti costringe a stare dentro questa tensione senza semplificare perché la poesia è vera quando è necessaria: quando non risponde ma ti sottrae ogni appiglio e ti lascia senza scuse.
Vik Palmieri
Il libro lo trovate sul sito dell’editore
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