Vai al contenuto

Antonia Pozzi è tornata a parlare (e Casa Naima con lei)

Nel rientrare, ieri sera, a Casa Naima non c’è stata sollenità: c’era il vino appoggiato su un tavolo, persone che si salutavano, sedie spostate all’ultimo momento, un brusio caldo e disordinato. Più che a un evento letterario, sembrava di entrare davvero in una casa: ed è esattamente questo il punto.

Casa Naima ha riaperto, nella sua sede di San Giorgio del Sannio, dopo un periodo buio. Un blackout, come lo ha chiamato Flavia, la padrona di casa. Un buio attraversato senza retorica, senza narrazioni eroiche, nominato con semplicità e verità. “Sono tornata alla vita”, ha detto. E ha scelto di farlo circondata da amici, da voci complici, da poesia.

Non è un dettaglio secondario che il ritorno di Casa Naima sia avvenuto con Antonia Pozzi. Una poeta mai pubblicata in vita, morta giovane, a lungo censurata e ridotta a figura marginale. Una donna che il mondo letterario del suo tempo non ha saputo – o voluto – ascoltare.

Casa Naima riparte dalla sua anima, da ciò che la rende “Casa” oltre che libreria: l’anima, il margine e le relazioni.

Casa Naima è “una casa per chi sta sotto l’Icerberg”

Flavia chiaramente lo dichiara nel corso della serata: Casa Naima è la casa di chi sta “sotto l’iceberg”. Per chi conosce la libreria saprà bene di cosa stiamo parlando, ma per chi non avesse mai messo piede il libreria non può sapere che in libreria c’è un vero icerbeg – stampato su poster – sotto cui sono riportati tutti i nomi di quelle scrittrici e poete che non troviamo facilmente nei programmi scolastici, ma che quando le incontriamo ci cambiano la postura, il modo di guardare il mondo.

Non c’è mai stata, in questo spazio, l’idea di “evento” come vetrina. C’è piuttosto l’idea dell’accoglienza, del tempo condiviso, del silenzio scelto. Dopo i saluti iniziali, le chiacchiere e il vino, qualcosa cambia: Flavia si fa da parte e lascia che la voce di Antonia Pozzi torni dalle pagine alle persone.

Non è una celebrazione. È una restituzione.

Ripartire con Antonia Pozzi significa dichiarare che qui la fragilità non è un difetto da correggere, ma un linguaggio da ascoltare. Significa affermare che la poesia non serve a rassicurare, ma a portare alla luce ciò che è stato spinto ai margini.

Antonia Pozzi: una vita ai bordi del canone

La serata si muove tra livelli diversi: il racconto, la lettura, l’ascolto.
Carmen Ciarlengo scrive una lettera – e legge – ad Antonia Pozzi, come se parlasse a una sorella lontana. Davide Ricchiuti intreccia la sua voce con frammenti del podcast “Sei tu sono io la vita”. Poi arrivano le poesie, che ogni volta spostano il centro: non si parla più di Antonia, ma con Antonia.

Ne emerge una figura lontana dall’immagine stereotipata della “poetessa triste”. Antonia è lucida, colta, attraversata da una tensione profonda verso la vita. Nasce in una famiglia benestante, studia, viaggia, fotografa, ama la montagna. Eppure, questo privilegio non la mette al riparo dalla violenza più sottile: quella simbolica e culturale.

L’amore per il suo professore, Antonio Maria Cervi, viene ostacolato dal padre in modo brutale. La relazione viene spezzata, lei allontanata, controllata, ricondotta all’ordine. Ma Antonia continua a scrivere. “La vita sognata” nasce proprio da quel legame impedito, ed è un canto che tiene insieme desiderio e rinuncia, assoluto e perdita.

La montagna, nelle sue poesie, non è mai solo paesaggio. È un luogo di confronto radicale con sé stessa, uno spazio dove mettere “le piccozze” nella propria esistenza. Nei suoi versi la morte non è esibita come posa romantica, ma attraversa il linguaggio come possibilità estrema di fusione, di silenzio, di pace.

Il suicidio di Antonia Pozzi non può essere ridotto a una causa unica. Ma è impossibile ignorare come la sua vita poetica sia stata costantemente spinta ai margini: non pubblicata in vita, giudicata “troppo emotiva”, corretta “a cose più femminili” e censurata persino dopo la morte.

Non è un caso individuale. È un sistema.

Il patriarcato che parla col linguaggio della cultura

Uno dei momenti più duri della serata è stato il racconto delle parole che alcuni uomini della cultura del Novecento hanno rivolto ad Antonia Pozzi.

Remo Cantoni le dice che la poesia non fa per lei.
Enzo Paci le suggerisce di scrivere il meno possibile.
Antonio Banfi, suo professore, la invita a concentrarsi su altro, come se la scrittura non potesse essere per una donna una scelta primaria di vita. Da tutti riceve un rifiuto che si intreccia con il suo essere donna, con il suo doversi “dedicare ad attività femminili”

Non sono semplici giudizi critici. Sono porte chiuse.
È il patriarcato che non urla, ma consiglia. Che non proibisce apertamente, ma ridimensiona, scoraggia, orienta altrove.

Davide Ricchiuti ha messo in relazione questa storia con quelle di Charlotte Brontë ed Emily Dickinson, anche loro invitate a considerare la scrittura come un’attività secondaria, decorativa, non centrale, da coltivare come semplice passione privata perché non adatta al ruolo femminile. Il messaggio è sempre lo stesso: puoi scrivere, ma non troppo. Puoi esistere, ma senza disturbare, nel ruolo di donna che la società ha cucito ad hoc per te. 

Il canone letterario del Novecento, visto da qui, appare come uno spazio selettivo: accoglie, valorizza, canonizza quasi esclusivamente voci maschili, mentre alle donne riserva spesso il ruolo di eccezione o di nota a margine.

E quando una voce non trova spazio, quando viene sistematicamente respinta, il peso non resta astratto. Ricade sui corpi, sulle vite, sulle possibilità di futuro.

La domanda che resta sospesa è inquietante: quando impariamo che alcune voci contano meno di altre? Perché i ragazzi non lo pensano spontaneamente. È qualcosa che viene insegnato, interiorizzato, normalizzato.

Antonia Pozzi oggi, Casa Naima oggi

Flavia, verso la fine della serata, ha detto una cosa che tiene insieme tutto: “Antonia non è solo dolore. Non è solo tragedia”

È una donna che ama, che cammina nei boschi, che guarda i più fragili, che scrive nonostante tutto. Una voce che accetta di essere poeta senza chiedere permesso.

Ed è forse questo che rende Antonia Pozzi ancora così necessaria: la sua ostinazione silenziosa. Il suo continuare a scrivere anche quando il mondo le diceva di smettere.

Casa Naima, riaprendo con lei, non ha semplicemente organizzato una serata di poesia. Ha riaperto uno spazio politico, nel senso più profondo del termine: uno spazio in cui le voci messe ai margini tornano a parlare.

Perché ricordare Antonia Pozzi non significa commemorare una morte, ma riconoscere una vita poetica che ci riguarda ancora. Significa riaprire uno spazio di ascolto.

E, forse, anche un varco per noi.

Vik Palmieri

P.s. se hai apprezzato questo articolo lascia un commento e continua a seguirmi sui social, oppure, se vuoi puoi anche sostenere il mio lavoro e ricevere direttamente gli articoli nella tua mail iscrivendoti alla newsletter. Cliccando qui!

Leggi anche

“Il punto di rugiada”: poesia, memoria e radici nel dialogo con Nada Skaff

Purgatorio di Ilaria Palomba: un poema di carne, silenzio e resistenza

Laura Serluca e il tempo sospeso della parola

Pubblicato inBlog

Sii il primo a commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *