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Laura Serluca e il tempo sospeso della parola

Laura Serluca e il tempo sospeso della parolaLaura Serluca torna alla poesia con “Sono stata via cent’anni“, una raccolta che si muove tra il simbolismo e la sperimentazione, tracciando un percorso fatto di parole che vibrano, si disfano e si ricompongono in immagini potenti e arcane. Se il suo esordio Magenta era un’esplosione di visioni surreali e un’odissea tutta al femminile, questa seconda opera segna una trasformazione, un’evoluzione che affonda le radici nella mistica, nel tempo deragliato e nella ricerca di significati esoterici.

Un’opera di soglie e simboli

La raccolta di si presenta come un viaggio attraverso soglie invisibili, in cui la parola diventa il mezzo per attraversare realtà parallele e dimensioni sconosciute. Il libro si nutre di frammenti di memoria, di paesaggi interiori e di visioni oniriche che evocano riti antichi, suggestioni esoteriche e un dialogo costante con il simbolismo dei tarocchi. La scrittura di Laura Serluca è densa, stratificata, capace di aprire varchi nel reale e immergere il lettore in un universo in cui il tempo si dilata e si contrae, portando con sé una tensione mistica e un senso di spaesamento.

Un tempo fuori dal tempo

Il titolo stesso, “Sono stata via cent’anni”, suggerisce un’assenza prolungata, una sorta di viaggio interiore che prescinde dalle coordinate temporali convenzionali. «Il titolo – mi racconta Luara Serluca – custodisce il mio concetto di tempo. Non un tempo lineare, ordinato, convenzionale, squadrato, ma un tempo scontroso, scoordinato, vitale perché estremamente emotivo. Ad un certo punto, la mia vita poetica è diventata “a-temporale”»

Questa “a-temporalità” di cui Laura Serluca si ciba diventa un’esplorazione di frammenti di vita che non si lasciano ingabbiare in una narrazione lineare. È il tempo emotivo, scoordinato, che fa da tessuto connettivo a questa raccolta, e che si manifesta in versi che paiono emergere da un altrove visionario.

La parola come incantesimo di Laura Serluca

La poesia di Laura Serluca è un atto magico, una formula rituale che si nutre di simboli, di tarocchi, di archetipi antichi e universali. Il suo linguaggio non è mai statico: alterna momenti di lirismo sospeso a fratture improvvise, evocando immagini di smarrimento e metamorfosi. La sua ricerca è simile a quella di un’alchimista: la parola diventa materia viva, si lascia modellare, si contorce e poi si libera, portando il lettore in un viaggio che sfugge a ogni prevedibilità.

«La poesia – mi racconta Laura Serluca – non ha spiegazione. Questo è un ostacolo. A volte, è oscura anche per me.Non è semplice lavorare con le ombre. Mi piace pensare alla Poesia come “antiche memorie” mai scomparse dall’universo e che appartengono a una vita passata».

Come spiega nell’intervista, l’influenza di Jodorowsky e della Psicomagia ha avuto un peso importante nella costruzione della sua poetica. «La Psicomagia  – continua – ha avuto un grande ascendente su di me perchè è un atto poetico. È una forma d’arte guaritrice che si attua utilizzando la metafora e il linguaggio dei sogni. La lettura di “La via dei Tarocchi” mi ha permesso di conoscere il significato di “figure” che simbolizzavano le energie che avvertivo durante la scrittura».

Tra natura e visione onirica

Nella poetica di Laura Serluca la natura è un elemento primordiale e sacro. La luna, le radici, l’acqua, gli astri e gli alberi non sono semplici immagini, ma forze vive che abitano i versi, diventando testimoni e complici del processo poetico. «Questo libro – mi spiega – mi ha avvicinato molto alla Natura, ai suoi ritmi, alla terra, alla semina, alla corteccia scorticata degli alberi, al Sole. Ho imparato ad essere il mio centro. A lasciar andare. Proprio durante la scrittura di questo libro, in cui parlo di “fallire nei tempi” e “spaesarsi” ho scoperto che l’occhio si muove da sé verso la Parola – e viceversa –. Entrambe creano un mondo che succede. È come saccheggiare altra vita».

L’elemento naturale si intreccia con la corporeità, con il dolore, con la ricerca di un equilibrio sempre instabile, in perenne mutazione. Alcuni versi emergono con una potenza evocativa straordinaria, come in La Luna sentinella:

Luna sentinella
Si siede su una voce
A spartirsi
Il faro e la zattera
E puntellare
libellule – la conchiglia a spiantare la Torre
addolora la terra che oscilla di nervi e polpa antica
fino a spogliarsi dalla ferita spavalda
– che bolle di loto –
e vacilla – a gocciare negli altri corpi cacciatori.

Qui, la luna diventa un’entità simbolica che guida e osserva, una presenza che accompagna il lettore in un territorio sospeso tra il sacro e l’inquietante.

Il linguaggio tra sperimentazione e suggestione

Uno degli aspetti più affascinanti della raccolta è la libertà con cui Serluca sperimenta con il linguaggio. Le parole si scompongono e si ricompongono, creando suoni e ritmi che evocano l’oralità di antichi incantesimi. Il suo è un linguaggio che accoglie la contaminazione, che si nutre di echi letterari e di stratificazioni semantiche, dando vita a una poesia che è al tempo stesso evocazione e dissoluzione del significato.

Un frammento della poetica di Laura Serluca

Tra le molte poesie che caratterizzano il libro, A precipitare fuori dal dolore sembra racchiudere l’essenza della poetica di Serluca:

A precipitare fuori dal dolore
una tagliola di corpi spaesati
tra campanule e trifogli
un battello
e una giumella d’acqua
nella dispensa
un sentiero d’infinito
tra fiammelle e sonagli
poi a rapire
i riflessi del mare.

In questi versi, l’elemento naturale si mescola alla dimensione metafisica, creando un’immagine sospesa tra la fragilità e la ricerca di qualcosa di ineffabile. È una poesia che rappresenta perfettamente la tensione tra spaesamento e rivelazione, tra l’oscillare del tempo e la forza della parola poetica.

«Credo che l’Arte possa raccontare “l’ingiustizia”. È in atto una “dis-umanizzazione”. In questo contesto sociale “dell’essere umano” è rimasto ben poco (…) Tuttavia, l’Arte ha la capacità di disturbare. Di impressionare. Di sovvertire. E deve farlo, anche quando sembra inutile». Anche se la poesia di Laura Serluca è un “microfono di bellezza” diventa anche atto politico in “Dicono dell’offertorio”:

Dicono dell’offertorio
che la processione
è caduta in mare
i fuggiaschi stipati
l’uno nella spalla dell’altro
sono piantati nell’acceso fondale
le coppe del miraggio a impressionare
nessun sopravvissuto
e il dio delle blatte a bramare
incastrando lo spirito del daino
Dicono di migranti con le branchie
che nuotano a nascersi
tra giaculatorie e zagare rosse
è stata la Luna balsamica a invecchiare
il mare, addolcire e flettersi
verso il dio delle partorienti a incantare
l’affondare.

In questa la denuncia si fa bellezza statica, dove l’orrore e la bellezza si fondono in un equilibrio disturbante. L’elemento surreale, tipico della sua scrittura, è qui molto evidente: “i migranti con le branchie” non sono solo un’immagine visionaria, ma un atto di resistenza simbolica, come se il mare, da carnefice, fosse costretto a concedere loro una nuova forma.

Dal “caos” alla “rigenerazione” di Laura Serluca

Rispetto a Magenta, Serluca sente che la sua scrittura si è affinata, è diventata più essenziale e consapevole. Se nella prima raccolta il linguaggio era barocco, esplosivo, qui troviamo una ricerca che gioca con la sottrazione, con il vuoto, con il ritmo interiore della parola.

Ma ciò che non cambia è la tensione verso il mistero, verso la parola come rivelazione, verso la poesia come spazio di libertà assoluta. Come scrive nella poesia finale della silloge:

“Ti chiedi se la realtà è forse sogno? Ora sul mio volto la Luna Indiana.”

Ecco il senso ultimo di questo viaggio poetico: dissolvere i confini tra reale e immaginario, tra passato e futuro, tra poesia e magia. Con “Sono stata via cent’anni”, Laura Serluca ci consegna un libro che è una porta aperta su mondi sconosciuti, un incantesimo fatto di parole che continuano a riecheggiare anche dopo l’ultima pagina.

Vik Palmieri

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15 commenti

  1. Marika Luparella Marika Luparella

    Ho letto le poesie e concordo in tutto con la recensione. Le poesie di Laura ti trasportano in una dimensione magica attraverso il linguaggio e le scelte lessicali. In questo credo consista l’originalità creativa

    • Laura è sicuramente una penna originale. Ha trovato una sua voce personale che matura giorno dopo giorno. Da Magenta il primo libro che ha scritto a questo suo ultimo è riuscita ad affinarsi nella scrittura, nella ricerca delle parole e nella potenza delle immagini che sa regalare.

  2. Giovanni Nicotera Giovanni Nicotera

    Complimenti, recensione bellissima. Apprezzo molto la capacità poetica di Laura ed in particolare mi ha colpito:

    “Non un tempo lineare, ordinato, convenzionale, squadrato, ma un tempo scontroso, scoordinato, vitale perché estremamente emotivo”.

    Il tempo emotivo è un qualcosa che, nella mia esperienza di filosofo appena iniziata, mi sta molto a cuore ed è fortemente valorizzato dai sentimenti di Laura

      • Laura Laura

        Per tempo lineare, intendo quello convenzionale. Quello che non ti permette di rispettare il tempo emotivo. Quello della società che prevede per tutti gli stessi è identici paesaggi.

        • Laura Laura

          Per tempo lineare, intendo quello convenzionale. Quello che non ti permette di rispettare il tempo emotivo. Quello della società che prevede per tutti gli stessi è identici passaggi.

  3. Domenico Cipriano Domenico Cipriano

    Presente, memoria, visioni di un altrove, tutti elementi che ritroviamo in questa opera con un titolo suggestivo e accattivante. “Sono stata via cent’anni” è una raccolta con una misura del tempo amplificata, tra visioni oniriche e frammenti di presente. Una seconda opera in versi di un’autrice in crescita, qui dettagliatamente raccontata da Vittorio, con un’analisi completa su vari piani di lettura del testo. Complimenti ad entrambi.

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